giovedì 5 dicembre 2013

Donne al centro della scena del parto. Riflessioni a partire dal lavoro di Barbara Duden


Silvia Tozzi

Si può dire che il femminismo –con le sue complessità di esperienze e di soggetti- ha subito sconfitte sul piano politico. Ma non si può negare la straordinaria longevità e persistenza di certi sedimenti culturali, a cominciare dal rovesciamento delle categorie maschili sul vissuto corporeo.
Nei nostri incontri sul self-help degli anni ’70 riemerge un lascito che ancora è sentito perfino tra le più giovani.
            In un convegno organizzato dall’Associazione METIS a Milano nel 1998 (Corpi soggetto. Pratiche e saperi di donne per la salute, Franco Angeli, 2000, pp.37-38). Luciana Percovich così descriveva il senso di scoperta  provato nel gruppo per una Medicina delle Donne nei primi anni ’70:
“Quando…cominciammo a parlare con lo stile di allora, cioè partendo da noi stesse, delle varie questioni che i nostri giovani corpi ci ponevano con urgenza –un aborto mal digerito, un inizio di gravidanza minacciato da un’epidemia di rosolia, disagi incontrati con la propria sessualità, e lo facevamo con tutta l’ingenuità, l’apprensione e l’entusiasmo della consapevolezza di sfidare secoli di divieti e tabù- una delle prime cose che balzò ben presto con tragica evidenza ai nostri occhi fu lo stupore nel constatare come tutte le funzioni connesse ai nostri normali cicli fisiologici ricadessero nella sfera della malattia, e quindi sotto il controllo della medicina”. Quello stupore generò gesti di ribellione collettiva. Collegato con questo, “il secondo elemento che ben presto acquisimmo con sconsolante lucidità fu la constatazione di come fosse impossibile delimitare  il discorso che partiva dai nostri corpi all’ambito della salute/medicina, perché riscoprivamo…quel nesso negato-coperto-ridicolizzato con l’avvento della scienza occidentale tra mente-corpo emozioni e desideri”, Aggiungeva: “E sarà utile ricordare che allora non eravamo in molti né in molte a cercare di rimettere insieme ciò che era stato separato, qualche secolo prima, con la violenza unita di Chiesa e nascente corporazione medica”.   
            Dopo le esperienze degli anni Settanta e Ottanta, oggi si può dire che il corpo è stato per il movimento delle donne “il luogo originario di formazione dell’identità sessuale, della visibilità e della costruzione culturale dei generi….Sul corpo le donne hanno elaborato in questi decenni un sapere sessuato nuovo e complesso, capace di rompere steccati cognitivi e disciplinari, di disarticolare contenuti e categorie portanti. La storia come disciplina ha avuto in questo percorso un  ruolo tutt’altro che secondario, a partire dai primi studi sulla maternità e sul parto alla fine degli anni Settanta” (Corpi e Storia, Società Italiana delle Storiche, Viella 2002, p.X.).
             In effetti “la storia del corpo, in tutte le sue manifestazioni, è storia culturale…”. L’imperfezione del corpo e della fisiologia femminile rispetto al modello maschile è un canone che si perpetua nella scienza fino dall’antichità (ibid. p.XVII), trovando applicazione attraverso l’esercizio del potere normativo della medicina  e della chiesa.  Le pratiche con cui le donne hanno contribuito, nei secoli, alle terapie ed alla cura dei corpi sono state ignorate, condannate, o lasciate  nell’anonimato,   assorbite e stravolte nelle modalità dell’esercizio maschile.
            Il  movimento per la salute ha portato alla ribalta l’esigenza di autonomia, e il rifiuto della vigilanza punitiva nel controllo del corpo. Con l’autodeterminazione si sono aperte nuove strade alla libertà femminile. Ma con  esiti potenzialmente paradossali, perchè i poteri normativi sono diventati col tempo via via più raffinati e indiretti. Dominique Memmi,  in Corpi e Storia cit.(p.229 ss) ci parla delle “nuove forme di controllo pubblico dei corpi”, che presuppongono l’interiorizzazione dell’autocontrollo del proprio corpo da parte di soggetti padroni di sé. In questo contesto “l’approccio faucaultiano ‘vecchia maniera’ (le ‘discipline’) si rivela dunque inadeguato per comprendere l’evoluzione successiva al decennio 1965-1975”. La conquista del femminismo, data dall’accrescimento del potere sociale delle donne sulla riproduzione,  sembra accompagnarsi ad una continua e crescente produzione di procedure di normalizzazione e sorveglianza.   

Barbara Duden e il corpo della donna come luogo pubblico

“La tecnica moderna ha un forte effetto sull’esperienza concreta del corpo”: da quando è uscito in Germania –nel 1991- il suo libro intitolato Il corpo della donna come luogo pubblico –pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri nel 1994-  Barbara Duden ha continuato ad elaborare questo concetto, frutto della sua ricerca e delle acquisizioni di altre storiche, come Carolyn Merchant. Fino alla “morte della natura”  con cui si è aperta l’era del progresso, eventi fisiologici come la gravidanza hanno mantenuto straordinarie analogie con gli eventi naturali presenti nella vita del cosmo (natura vissuta come gravida di  esistenza, natura quale matrix vitale, pp.120-121).
            Nuove rappresentazioni, nate dal sodalizio di teologi e medici nel secolo XVIII, danno origine a nuove realtà. D’ora in poi “la domanda da porsi non è che cosa faccia la tecnica, bensì che cosa dica una nuova tecnica, quali forme concettuali, stili di percezione e condizioni psichiche trasmetta con la propria esistenza e il proprio impiego” (p.87). Natura e corpo si avviano ad essere costruzioni mediate dalla tecnica, il grembo materno diventa zona di operazioni,  nella percezione delle donne stesse.
            I geni in testa e il feto nel grembo, del 2002, esce da Bollati Boringhieri nel 2006, e non si contano negli anni  gli interventi in cui la  Duden discute in  pubblico le sue tesi sulla storia del corpo. La rappresentazione in chiave scientifica del corpo femminile influenza anche l’immagine di sé e l’esperienza vissuta delle donne. Di fronte all’incalzante progresso tecnico, lei prova l’ urgenza di descrivere lo spartiacque che si è aperto alla soglia del nuovo millennio.
Conia il termine decorporeizzazione: “Solo parlando della sessualità odierna attraverso il ricordo di cose, parole e sentimenti che avevano valore un tempo ho acquisito il distacco necessario per comprendere storicamente  la decorporeizzazione che ha avuto luogo negli anni Novanta”.  
            Un esempio: l’affidamento crescente alla strumentazione che permette la visione del feto nell’utero, con l’inevitabile effetto di oggettivazione, induce nella donna incinta una autopercezione prevalentemente ottica, mentre  la sensibilità degli organi percettivi si affievolisce. Nel vissuto corporeo si sperimenta la contraddizione tra l’esperienza viva, sensibile, e la dipendenza da  verifiche operative del proprio stato tramite accertamenti, misurazioni, direttive. E’ la medicina stessa a ingabbiare la donna paziente, ormai partecipe  dal sistema pervasivo a cui è affidata la tutela della sua salute. Un sistema che trasforma la medicina,  da arte di curare  a “sottosezione del laboratorio di biologia molecolare” (p.184),  mentre l’affermazione dell’ io si traduce in espressione del  genoma.
             Tentare di ritrovare preziosi frammenti del passato non è sterile romanticismo. Duden  considera superficiali le rappresentazioni che vedono il corpo solo come costruzione socio-culturale, concetto astratto o metafora, e non come  vissuto nella sua organicità materica. E proprio per la storicità dell’esperienza corporea, cerca di “porre la conoscenza storica al servizio delle donne incinte di oggi, per incoraggiarle a non farsi soggiogare dal discorso sociale sulla gravidanza” (pp.12-13). Si può reagire al “monopolio del pensiero tecnologico, che insidia il primato assoluto dell’esperienza e della percezione come criteri di valutazione dello stato di salute”?  Duden propone l’esercizio della scepsi, la presa di distanza, e non un  semplicistico ritorno al passato (p.152).
            Nel capitolo sull’assistenza al parto in ambito tecnologico, descrive la posizione dell’ostetrica, che vive su di sé “la attuale lacerazione, storicamente inedita, della condizione femminile”. (pp.94-95). Operatrice competente, e al tempo stesso erede –se lo vuole- dell’antica  levatrice. “Due atteggiamenti che non sono reciprocamente riducibili…bensì coesistono come due mondi contigui: da una parte la funzionaria, dall’altra, accanto ad essa, la presenza sollecita e continua. Questo una donna può farlo solo quando, in una tale posizione dissociata, resta fedele all’antica saggezza secondo cui l’ “arte della levatrice” coincide con il “parto di una donna”, e non con una “produzione di vita” tecnicamente controllata;  la gravidanza è la condizione di una donna, non il programma tecnicamente sorvegliato e controllato che istruisce la donna a percepirsi, per nove mesi, come “ambiente in cui  si svolge un processo i cui stadi sono gli emblemi della cultura collettiva: dall’uovo fecondato, all’impianto di un organismo pluricellulare nel tessuto uterino, fino all’embrione e al feto-il tutto nello stile di pensiero della genetica”. L’ostetrica si trova a percorrere il crinale  tra due forme di realtà, tra il sistema tecnico e l’esserci per assistere un parto. La qualità dell’aiuto al parto è una forma di pazienza intuitiva, empatica, sapiente.
            Quello che Duden vuole incoraggiare “è un atteggiamento di ricerca di spazi ancora possibili, per le donne, all’interno di un mondo tecnicamente normato” (p.124).

Alla ricerca di spazi per la demedicalizzazione della gravidanza e del parto

I lavori di Franca Pizzini –prima di approdare all’ambito universitario- nascevano da esperienze di movimento, in particolare nel gruppo per una Medicina delle Donne di Milano, e si inserivano tra importanti ricerche sulla medicalizzazione del corpo femminile. e il ruolo delle levatrici. Ricordo, per l’Italia, gli scritti di Claudia Pancino sulla storia dell’assistenza al parto dalle mammane alle levatrici (per esempio, un suo saggio su “Società e Storia” n. 13,1981: La comare levatrice. Crisi di un mestiere nel XVIII secolo). La loro funzione apparteneva, in antico, ad un campo di intervento molto vasto della pratica medica -basta pensare a Metrodora (VI secolo), a Trotula (sec.XI)- ed è stata pienamente normata dalle gerarchie  maschili solo in epoca moderna. Della stessa Pizzini uscì un video sulla storia del parto realizzato con l’ostetrica  M.Giacomini per la Provincia di Milano, dal titolo “Da mani femminili a mani maschili”.
             Al convegno di METIS del 1998 Pizzini giunse a chiedersi se il movimento, dopo aver messo al centro della riflessione sull’identità soggettiva il corpo femminile, la salute, la maternità, potesse continuare su questa strada, in una situazione in cui era cambiata la percezione del corpo grazie alle nuove tecnologie, con  prospettive che potrebbero portarci a considerare la maternità un fenomeno arcaico: “Il corpo femminile è ancora necessario alla riproduzione oppure stiamo passando ad un’era in cui la maternità fisica non esisterà più nei paesi ricchi, ma solo in quelli poveri?” (METIS cit, p.43).
            Nello stesso convegno anche Silvia Vegetti Finzi parlò della “impersonale inesorabilità del progresso tecnico-scientifico”, della possibilità di una gestazione extracorporea, e della unilateralità della risposta medica  che “traduce il desiderio in bisogno”. (METIS cit. p.49). Ma  impostando il discorso sulla procreazione (termine da preferire a riproduzione) come creatività che si esprime “grazie a un procedere congiunto del corpo e della mente”, indicava la via d’uscita nel dare la parola al corpo femminile: “L’importante è che il corpo femminile diventi un corpo che parla di sé, senza passare attraverso i codici e le ingiunzioni maschili. Un corpo che riesca a riprendersi le proprie immagini e trovare le parole per dirsi” (p.66). 
            Ed è, appunto, il tentativo di dare la parola  alle esperienze corporee che ha contrassegnato gli anni Settanta, con il lavoro nei consultori autogestiti e le mobilitazioni femministe. Gli spazi di libertà individuale e collettiva conquistati riguardavano questioni cruciali di quel periodo –contraccezione, aborto, creazione di strutture per la salute delle donne come i consultori. La riflessione di alcuni gruppi e collettivi –tra cui il Centro Simonetta Tosi-  è proseguita negli anni Ottanta   con la ricerca di spazi di libertà individuale e collettiva nella gestione del parto.
            Ricordo un’occasione d’incontro in cui hanno potuto esprimersi esperienze e ricerche maturate in quegli anni: il convegno internazionale organizzato a Milano nel gennaio 1985 –con il sostegno della Provincia e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: Culture del parto. Luoghi, Pratiche, Figure. Fu una iniziativa importante, perché nata in un contesto interdisciplinare –tra sociologia,antropologia, storia sociale- e anche da una riflessione critica all’interno della medicina stessa, per un obiettivo: “conoscere, interrogare e mettere in discussione il sapere medico come tradizionale egemone in materia”. Si parlò di cultura dei reparti ospedalieri, di inflazione dell’ostetricia, di prospettive di cambiamento motivate da nuove esperienze di parto –dal parto in casa, alle case per il parto,  alle innovazioni in ambiente ospedaliero. In un resoconto uscito su “Il Manifesto” (29/1985), Date a lei quel che è di lei, Ida Faré       così scriveva a conclusione del convegno: “Si scioglie la falsa alternativa tra ritorno alla natura o sviluppo della cultura che è tecnologia, solo se si riporta l’esperienza ‘culturale’ del parto al soggetto, la donna. Un oggetto che riflette, subisce, gestisce un insieme di rapporti sociali, culturali e di potere. Nasce qui, in questo punto del tempo, in bilico tra  la ‘freccia’ della tecnologia e la ‘tartaruga’ dell’essenza dell’esperienza umana, la domanda del ritorno alla donna  del sapere sulla nascita”. E un ginecologo disponibile all’autocritica –come il primario dell’ospedale di Monza-  aveva ammesso di aver molto da imparare dall’ostetrica, che “sa” di più avendo fiducia nel corpo della donna. 
            Queste riflessioni erano maturate anche nella categoria delle ostetriche, tra cui era cresciuta l’insofferenza per una posizione di subalternità vissuta come mortificante. Se ne trovano esplicite manifestazioni  nella rivista della Federazione delle Ostetriche, Lucina. Per esempio sul n.9 del 1984, Marta Campiotti  (“L’ostetrica e la donna”) si esprimeva a favore della progettazione di “case di maternità”, dopo aver tracciato un profilo storico dell’ostetricia come arte: arte  tradizionalmente propria di una esperta della salute, che intreccia con la donna un rapporto di fiducia, mentre la scienza ostetrica come tecnica  è improntata al ruolo del medico come esperto della malattia,  in un rapporto che induce ansia e dipendenza nella donna.




Ricerca di spazi nel rapporto con le istituzioni

La crescita del movimento verde e l’interesse per le medicine   “naturali” hanno avuto molti punti di contatto con la nuova cultura della nascita e del parto..
            Al convegno Madre Provetta organizzato a Bologna nel 1988 per iniziativa di alcune donne del movimento verde, due ostetriche - Sandra Forni e Franca Marcomin- sottoposero a critica serrata il modello culturale  della medicalizzazione, proponendo di contrastarlo, anche sul piano legislativo, con l’autorevolezza delle esperienze maturate dalle operatrici in alcune città (Firenze, Milano, Roma, Verona, Torino…) e da  ginecologi  quali Leboyer, Odent e altri/e.  Marcomin: “Noi non rifiutiamo in toto la tecnologia, ma la poniamo al servizio delle donne e non viceversa”. E  Sandra Forni:”In questi anni abbiamo osservato come il modello culturale consideri la nascita un evento medico a rischio e come il messaggio dei mass-media esalti l’utilità dell’interferenza tecnologica quale unica garanzia di benessere e salute; ignorando però completamente le implicazioni dell’uso esagerato e scorretto di intervento nella nascita e sul bambino”.
            Nello stesso convegno fu presentata ai giornalisti una bozza di legge quadro elaborata  dal Coordinamento Nazionale per la “Legge sulla tutela della partoriente e del bambino ospedalizzato”. Uno degli scopi della proposta era quello di promuovere l’umanizzazione del parto e il graduale superamento della ospedalizzazione generalizzata, a favore del parto a domicilio e delle case di maternità.
            A Roma, nel gennaio 1988 il Centro Simonetta Tosi costituì insieme ad alcuni gruppi di professioniste (ostetriche, ginecologhe, psicologhe, pediatre) il Coordinamento Regionale Lazio per una Nuova Coscienza del Parto e della Nascita. Accanto al nostro Centro ne facevano parte: il Melograno, il Gruppo Artemide, il Gruppo Ostetriche per la Nascita Attiva, il Centro Maternità di Via Clodia (Scassellati), Francesca Ginobbi, il Centro Studi Yoga (Barbara Woehler), la Lega per l’Allattamento Materno (Laura Antinucci). Queste le premesse:
“Dalla nostra esperienza è emersa l’inadeguatezza dei servizi sanitari, legata, a nostro avviso, alla scarsa disponibilità degli operatori a colmare quel vuoto conoscitivo che impedisce la realizzazione di una nuova cultura del parto....Il Coordinamento ha lavorato sia nella direzione di uno scambio reciproco di conoscenze e di esperienze, sia per la promozione di una nuova cultura del parto nelle strutture pubbliche…”. Infatti nel 1988 in Coordinamento aveva iniziato un’attività di contatto con le strutture regionali e gli assessorati competenti presentando due progetti di lavoro, uno sulla formazione del personale sanitario dei reparti di ostetricia e neonatologia, l’altro sull’assistenza domiciliare al parto ed al puerperio, riformulando inoltre la proposta di attrezzare una casa di maternità secondo il progetto originario della cooperativa Do.R.I.S., in sintonia con il progetto di legge nazionale del Gruppo parlamentare verde.
             Il Coordinamento, costituito in Associazione  presso la sede dell’Artemide, ottenne un finanziamento per il suo “progetto pilota di assistenza domiciliare al puerperio”, destinato alla formazione degli operatori, ed a questo si dedicò con impegno fino alla conclusione nel 1995. Tuttavia, nel marzo 1993 il Centro Simonetta Tosi aveva deciso di rinunciare alla propria collaborazione al progetto per divergenze sorte, specificamente, nei riguardi  della valutazione di un “campione” rappresentativo della popolazione femminile a cui era potenzialmente rivolto il servizio. Purtroppo, dal nostro punto di vista  questo lavoro –pur costato a tutte notevoli energie - non era riuscito ad esprimere in modo adeguato il prezioso patrimonio culturale sviluppato negli anni dalle donne, e poté dirsi terminato senza lasciare un segno tangibile nella sanità pubblica.  Indubbiamente si erano anche manifestate differenze e difficoltà di collaborazione tra i gruppi,  costretti al confronto con istituzioni che si rivelavano refrattarie al dialogo.
            Vale la pena di ricordare che nel 1985 l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva compendiato i risultati di ricerche ed esperienza sul nascere e il partorire in raccomandazioni, che erano state da stimolo  in Italia per sperimentazioni di giovani ostetriche e per la creazione di un coordinamento nazionale per il parto a domicilio. Soltanto nel 1988 fu approvato alla Camera un ordine del giorno che impegnava il Governo all’applicazione delle raccomandazioni dell’OMS. Il documento era firmato dalla deputata dei Verdi Laura Cima e da  parlamentari delle altre forze politiche (Bassi Montanari, Donati, Grosso, Procacci, Annaboldi, Artioli, Diaz, Faccio, Gramaglia, Martini, Sanna, Piro, Volponi). E proprio per sollecitare le istituzioni dormienti a rispondere –nel momento in cui la legge finanziaria stava imponendo tagli pesanti alla sanità- si tenne poi presso l’Istituto Superiore di Sanità il convegno del 16 ottobre 1990 su “Parto e nascita:Leggi regionali e legge nazionale” L’ organizzarono il Coordinamento Regionale Lazio per una nuova coscienza del parto e della nascita e il Gruppo Parlamentare Verde, che aveva formulato una proposta di legge quadro in materia (Camera dei Deputati, proposta n.3016 presentata il 14 giugno 1988, “Diritti della partoriente e del bambino ospedalizzato”, a firma di Cima, Bassi Montanari, Cecchetto Coco, Faccio, Guidetti Serra).
            Al convegno parteciparono rappresentanti del Parlamento e, per il Governo, Maria Pia Garavaglia sottosegretario alla Sanità, in una sala piena soprattutto di ostetriche. Sia Michele Grandolfo dell’I.S.S. che il Dr.Wagner dell’OMS richiamarono le potenzialità delle indagini epidemiologiche per la comparazione tra parti a domicilio, case di maternità e ospedali, ai fini della conoscenza degli aspetti fisiologici e di quelli patologici, dei rischi iatrogeni, e per riportare nell’ambito della fisiologia un evento ricchissimo di risonanze affettive. Beatris Smulders parlò della posizione ormai collaudata della categoria delle ostetriche e del riconoscimento della loro cultura  in Olanda, Per Sandra Forni, ostetrica nell’ospedale di Zevio (VR), l’esperienza del parto e della nascita era da considerare non meno importante della protezione dal rischio iatrogen connesso alla istituzionalizzazione: la soluzione delle case di maternità presupponeva l’esistenza di programmi per l’assistenza nelle gravidanze a basso rischio e per il puerperio. Ma la principale garanzia,  per Sandra Forni come per Marta Campiotti,  restava la presenza di ostetriche e personale che avessero alle spalle percorsi formativi adeguati, e autonomia nell’assecondare la fisiologia della gravidanza e del parto. Per Marina Sbisà, semiologa dell’Università di Trieste, le proposte formulate in sede legislativa implicavano tre ordini di obiettivi: 1)il ritorno alla donna di attività e capacità espropriate dalla medicalizzazione; 2)la promozione del parto fisiologico e delle modalità che lo facilitano; 3)la ristrutturazione di un settore della sanità, il cosiddetto materno-infantile, dal punto di vista della formazione medica ed ostetrica e negli aspetti organizzativi.
            La proposta Cima non giunse dall’approvazione. D’altronde una nuova cultura non nasce per decreto, e il lavoro di chi è motivato a diffonderla si svolge su tanti piani diversi, in contesti che possono essere disponibili o refrattari al dialogo. Se obiettivo comune è la demedicalizzazione, non sembra auspicabile perseguire un’unica strada. Purché non sia  la strada della burocratizzazione, perché la codificazione è nemica della pluralità delle soluzioni.    

E oggi dove andiamo?

La burocratizzazione implicita nei protocolli che mirano alla eliminazione del rischio induce situazioni già descritte da Barbara Duden, con l’inevitabile effetto di oggettivazione del corpo della donna, che da protagonista si trasforma in esecutrice obbediente di comandi interiorizzati?
            Esiste ancora una memoria di antichi vissuti, che permetta l’esercizio della scepsi, la presa di distanza, il distacco critico proposti da Duden?

Nessun commento:

Posta un commento